Parte il processo per la morte di Satnam Singh
Al tribunale di Latina sulla sbarra l'imputato Antonello Lovato, l'imprenditore agricolo nella cui azienda avvenne il tragico incidente
Quello che colpisce è la compostezza. Una ricerca di giustizia (più che di verità, l’abbinamento sempre in voga in tema di sit-in e proteste, ma stavolta la verità dei fatti è molto chiara) è quella che chiedono le varie sigle della Cgil, riunite in uno spicchio di piazza Buozzi, di fronte al tribunale di Latina, dove si celebra la prima udienza del processo in Corte d’Assiste all’imprenditore agricolo Antonello Lovato, accusato di aver lasciato morire dissanguato Satnam Singh, il bracciante indiano senza documenti e non in regola che lavorava presso la sua azienda di Borgo Santa Maria. L’accusa per Antonello Lovato, 39 anni imprenditore agricolo titolare col padre dell'omonima azienda, è di omicidio volontario con dolo eventuale.
Era il 17 giugno del 2024 quando Singh, 31enne bracciante agricolo, nell’azienda Lovato resta incastrato in un macchinario perdendo un braccio. Quello che va in scena dopo è ancora più raccapricciante: l’uomo viene caricato sul furgone aziendale da Antonello Lovato e scaricato nei pressi dell’abitazione che occupava con la compagna, anche lei bracciante nella stessa azienda agricola, col braccio reciso dal macchinario lasciato in una cassetta per gli ortaggi, senza che fossero allertati tempestivamente i soccorsi. Il 118 viene chiamato dai vicini di casa ma le condizioni di Satnam Singh appaiono subito disperate: l’uomo morirà il 19 giugno, per l’autopsia la morte è sopraggiunta per dissanguamento, che sta a significare che se l’uomo fosse stato portato subito in ospedale si sarebbe potuto salvare.
“Verità e giustizia oltre le aule del tribunale: questo chiediamo. La vita umana non può essere sacrificata in nome del profitto, questa vicenda è il prodotto di un sistema malato, con condizioni lavorative pari a quelle della schiavitù. Questo è un processo simbolico, che ha il compito di stanare il divorzio tra lavoro regolare e irregolare. Questo processo scuote le coscienze delle persone e pone interrogativi alla filiera agricola della provincia di Latina, che va specificato possiede anche delle eccellenze” dice Gianpiero Cioffredi, esponente di Libera, dall'alto dell'Ape allestita per l'occasione in piazza Buozzi. Lo segue Maurizio Landini, segretario generale della Cgil: “Le persone non sono merci. Questo è un modello culturale che vogliamo mettere in discussione. La nostra è una Repubblica fondata sul lavoro non sullo sfruttamento o sulla precarietà, concetti che stridono con la dignità umana”.
Mentre fuori la Cgil rivendica condizioni 'normali' per la dignità umana e del lavoratore è dentro l’aula che si svolge il processo, con i testimoni (22 chiamati dalla pubblica accusa e 10 chiamati dai difensori di Lovato) chiamati a sfilare davanti ai giudici. Ma prima ci sono dei passaggi premilinari. Così, davanti al giudice Gian Luca Soana della Corte d’Assise, è l’avvocato difensore Mario Antinucci che prende la parola e solleva subito eccezioni sulle varie associazioni ed enti che si sono costituiti parte civile al processo. “Sono 16: questa è una sorpresa. Molte si sono costituite questa mattina” dice. “Lo prevede il codice civile, non ci sono sorprese” replica il giudice che comunque concede la sospensiva di un’ora per dare la possibilità alla difesa di raggruppare in un unico elenco associazioni, enti pubblici e persone fisiche che si sono iscritte al processo come parte civile. E di fronte alle eccezioni ecco sfilare gli avvocati delle parti civili che motivano presenza e costituzione: Libera, la Cgil, l’associazione Familiari e Vittime dell’amianto, e poi Comune di Cisterna di Latina, Regione Lazio e Comune di Latina, che richiamano anche a un forte danno d’immagine, contro il caporalato e a favore del rispetto della vita umana.
Commenti